Pierpaolo Capovilla ha abbandonato Facebook. L’ha fatto con un post chiaro e interessante, lontano dalle recriminazioni dei supergiovani e dalle analisi supponenti dei radicalchic. Ha espresso le proprie speranze disattese, le proprie insoddisfazioni. Alla fine ha scritto che Facebook non è parte della soluzione, ma parte del problema. Solo su questo, forse, non sono d’accordo: Facebook non è parte del problema, ma un suo sintomo.
L’ho capito in questo periodo, nel primo periodo della mia vita in cui ho autenticamente perso tempo, mi sono lasciato andare in modo non rilassante ma nervoso, quasi disperato. Io non perdo tempo per usare Facebook, ma uso Facebook per perdere tempo. Zuckenberg non ha inventato una macchina bruciasecondi, come se la sua creatura fosse una specie di mostro che fagocita il tempo che tutti noi vorremmo usare più proficuamente; Zuckenberg ha fornito un ottimo strumento per passare il tempo a chi vuole passarlo. Uno strumento forse più comodo del bar all’angolo, del locale di tendenza, della televisione, dei videogiochi e delle riviste di gossip, anche perché contiene tutto questo al proprio interno. Dare la colpa a Facebook è un modo fico di contestare la società invece che se stessi, un po’ come si fa nei centri sociali e nei circoli estremisti.
Sono d’accordo, invece, sul fatto che Facebook abbia costituito uno sfogo ed una cassa di risonanza impareggiabile per il narcisismo individualistico-esibizionistico del presente. In questo non è stato una novità, ma sicuramente ha costituito un passo in avanti inaudito rispetto a ciò che Internet e l’editoria avevano già da tempo combinato.
Borges e Calvino già dicevano che il nostro è un tempo di scrittori ma non di lettori. Siamo in una ‘società della pubblicazione’, una specie di strana evoluzione ribaltata della società dello spettacolo. Se prima chiunque era parte del pubblico, oggi chiunque _ha_ un pubblico, attraverso i libri che scrive, o i blog che istituisce, o anche semplicemente attraverso la propria pagina sui social network. La proporzione tra ciò che viene letto e ciò che viene scritto è ormai totalmente diversa rispetto a cinquant’anni fa (non è neanche il caso di parlare di prima del Novecento). Il risultato di ciò non è l’emancipazione, l’indipendenza, ma l’uguaglianza appiattente e delegittimizzante: tutti noti, tutti anonimi.
Serve un’etica del silenzio.
(La nota di Capovilla qui: http://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=3776903107192&id=1415285927)